La fine dell’Università?
Il Consiglio dei ministri ha recentemente presentato un ddl di riforma dell’università.
Questo andrà a modificare tutto il sistema universitario, dagli organi di governo, alle assunzioni, al diritto allo studio, fino alla completa precarizzazione della figura del ricercatore. Questo provvedimento si inserisce in un processo di trasformazione dell’università pubblica in un centro di formazione professionale funzionale agli interessi di quei soggetti e quelle aziende che la governeranno.
Un processo iniziato con le leggi sulla autonomia didattica e finanziaria degli atenei, proseguito con l’introduzione del 3+2, dei crediti formativi e con il progressivo disimpegno finanziario dello stato, ultima la legge 133 dello scorso anno.
Il ddl sancisce il definitivo ingresso di membri esterni all’Ateneo nel Consiglio di Amministrazione (almeno 5 su11) che diventerà l’organo decisionale di Ateneo. In questo modo alle logiche clientelari che hanno da sempre caratterizzato le decisioni del CdA si aggiungono logiche economiche e di mercato che condizioneranno l’indirizzo della ricerca e della didattica.
La ricerca di base andrà sempre più scomparendo a vantaggio di quella applicata che permette immediati ritorni economici, mentre la didattica sarà strumentale all’apprendimento di sole nozioni e mansioni utili alle aziende per creare, a basso costo, lavoratori precari da sfruttare e da rimpiazzare continuamente con “nuovi e più utili laureati”.
Riteniamo che l’università debba essere il motore della società e costituire quel luogo di ricerca, di cultura, di crescita, svincolata da interessi privati,capace di formare i cittadini di una società.
Insieme ai collettivi di tutto l’Ateneo abbiamo interrotto la seduta congiunta di Senato Accademico e CdA chiedendo una posizione di forte contrarietà da parte degli organi di governo dell’Ateneo, un confronto all’interno delle Facoltà e per avviare un percorso di sensibilizzazione, di analisi e mobilitazione tra tutti gli studenti.
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